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SOCIAL REHAB-GIORNO 1

Fonte: Google

Gli ultimi mesi sono stati molto difficili.

Ho terminato l’esame di stato in Psicologia a marzo, mi sono messa subito alla ricerca di un lavoro in azienda ma puntualmente sono stata scartata da tutti. Anzi, ignorata più che scartata. In pochi si sono degnati di declinare le mie candidature.

Nel frattempo ho deciso di cominciare a scrivere circa quella che è sempre stata la mia passione, e che ho intrapreso quasi “alla cieca”, perché quando ho iniziato l’università la disciplina non esisteva neanche: la psicologia della moda.

Dicevo sempre che volevo aiutare le persone a star meglio con sé stesse, e che vestire bene, in sintonia con il proprio essere, aiuta a star bene ed a sentirsi realizzati. Ma l’Italia non è ancora il posto dove poter esercitare questi ideali. E così mi sono messa a scrivere.

Ho fatto quello che fanno tanti, ho aperto un sito e ho investito molto sui social.

Sai però una cosa?

IO AI SOCIAL NON PIACCIO!

Mi sembra di essere tornata a scuola, quando stavo antipatica a tutti i prof.

La mia pagina Facebook era cresciuta solo perché avevo invitato tutti i miei contatti ed alcuni di loro, neanche tutti, avevano cliccato “segui”.

A mò di contentino!

Poi, ovviamente, erano gli stessi che condividevano link tipo”chi urina birra è più intelligente! Lo dice la psicologia”, ma gli fosse caduto uno scroto se facevano anche finta di lasciare un like per caso ai miei articoli!

Facebook è stato il primo social cui mi sono iscritta, nel lontano 2008. All’epoca quello che “contava” era il numero di “persone con cui stringevi amicizia”. Li c’era stata la strana corsa all’accumulo di amici.

A un certo punto tutti ci siamo svegliati dal torpore e abbiamo pensato: “nella vita reale ho si e no 5 amici intimi, perché mai qui dovrei accumularne migliaia?”.

Dagli amici, come lobotomizzati, siamo passati alla logica dei followers.

Inquietante!

I già big sono diventati ancora più big. E tutti gli altri a terra a raccogliere le briciole.

Si è passati così alla febbre da Instagrammer/Influencer.

Un catafascio.

Si perché Instagram e Facebook hanno creato l’illusione che tutti potessero diventare “famosi”, hanno venduto il sogno di “la/il nuovo* Instagrammer ha iniziato postando alcune sue foto e in poco tempo ha ricevuto milioni di followers ed ha stretto collaborazioni con i più grandi brand…”.

E quanto ci piace sognare…

Questi social sono diventati sempre più da”professionisti”: cura del feed, colori sempre in perfetto equilibrio, captions accattivanti, fare in modo di aumentare il tempo di permanenza dell’audience.

Creare contenuti crativi, dicono. Stare attenti a quello che si dice e a come lo si dice, suggeriscono. Postare almeno una volta al giorno in orari stabiliti. Un lavoro, praticamente. Ma non retribuito.

D’altronde siamo la generazione dello stage, se ci danno du lire ci sembra na manna dal cielo, ma glieli restituiamo quasi va. Fare tutto questo senza il minimo compenso ci sembra quasi un obbligo. La insana logica del “non guardare ai risultati immediati, fai vedere quanto vali, prima o poi qualcuno ti apprezzerà”. Il fatto è che ci perdi tempo prezioso nell’attesa. E man mano ti scorre anche la vita.

In realtà tanti sono ricorsi alle agenzie di comunicazione o a professionisti cui hanno affidato in toto i loro profili.

Agli altri non è rimasto che sognare. 

Ed eccoci catapultati nel decimo girone dell’Inferno!

Nonostante mi rendessi conto della ipocrisia di fondo della cosa e dell’estrema mancanza di chiarezza, mi sono resa conto che anche io avevo iniziato a sognare, sperando che potesse essere così semplice anche per me ottenere quello che volevo. E la cosa oggi mi sembra ancora più insensata, dato che avevo letto tutto il lavoro e il torbido che c’è dietro i profili da milioni di utenti. E dato che per me non è mai stato semplice niente, perché avrebbe dovuto essere diverso ora…bah!

Volevo che, attraverso i social, la psicologia e, in particolare, la psicologia della moda diventassero uno strumento per tanti; volevo dimostrare agli altri che i tabù di un tempo sui disagi mentali sono svaniti e che avere qualche disagio è normale, e si può affrontare.

Volevo mostrare che la psicologia non è solo una “roba da matti”, ma che ha un lato bellissimo, a tratti spensierato quasi, che può venirci in soccorso nella vita di ogni giorno; che serve a tutti, non solo a chi soffre in modo frave.

Avevo questo strambo sogno di poter aiutare le persone mediante questi nuovi canali, che nella mia testa, avrebbero raggiunto più persone in meno tempo, e mi sembrava altamente efficace e funzionale come concetto. 

La verità è che alla gente interessa poco. Non è che non credano nella psicologia o quant’altro, ma preferisce chiedere consigli sulla gestione dell’ansia a influncer che si improvvisano psicologi. Senza rendersi conto quanto male e quanto ulteriore disagio possono apportare gli uni agli altri.

Nel mio delirio, ogni giorno il mio primo pensiero, appena aprivo gli occhi, era controllare Instagram.

Soprattutto quando postavo immagini relative ai miei articoli sul sito.

Immagina la frustrazione nel vedere sempre meno like, sempre meno followers e zero interesse per i miei contenuti.

Ho iniziato a pensare che fossi sbagliata io, che forse le cose che reputo interessanti in realtà non lo sono affatto, che quello che ho da dire io non importa a nessuno.

Ho iniziato a considerare la mancanza di followers e di like come una critica a me, a quello in cui credo.

E mi sono accorta di quanto la mia autostima ne abbia risentito. Man mano infatti mi sono allontanata dai miei reali interessi, ho smesso di parlare delle mie cose, ho smesso di comunicare le novità che leggevo. Ho tentato di trasformi in quella che non sono. 

So che sembra una cosa da ragazzina. Ma l’ho provato e ho fatto veramente quello che ho fatto. Ho iniziato a credere che essere meno potesse essere considerato un plus.

La gente che conosco e che mi sta attorno mi faceva sentire anche peggio.

Ho notato che in media quasi tutti quelli che conosco seguono sui social le stesse persone. Le criticano aspramente, deridono ma continuano a seguirle e ad ascoltare ciò che loro dicono. 

Se però io provavo a riproporre determinati format erano pronti a “ma fai la seria!”, “non ti vergogni?!”, “cosa vorresti fare? La influenzzzer? ma lascia stare! Chi vuoi che ti ascolti”. 

Non avevano una frase che potesse essere minimamente di incoraggiamento. Solo veleno.

Sospetto che sia per quello strano principio per cui ammiriamo ed invidiamo uno sconosciuto che fa una certa cosa; se quella stessa cosa la fa qualcuno che ci è vicino siamo i primi che cerchiamo di demolirlo e farlo arrendere. Non sopportiamo che qualcuno che conosciamo ci metta di fronte  alla nostra mediocrità, che qualcuno a noi vicino dimostri di farcela. Forse perché non abbiamo il coraggio di cambiare, di lanciarci nel vuoto, di affrontare le critiche e i fallimenti. E allora cerchiamo di tenere i più spericolati ancorati in basso con noi. O forse per pura invidia e/o cattiveria.

Mi sono resa conto che, come tanti, avevo iniziato a considerare me stessa in base al numero di follower e di like. Che tristezza! E che schifo!

Dunque, ho cancellato, finalmente, il mio account Facebook.

Ho iniziato a cancellare i miei followers: se a loro non piacciono le mie foto, se non piace quello che scrivo, se non interagiscono con me, allora che senso ha seguirmi?

Sono cresciuta in un paese molto piccolo in cui era tutto un “non fare quello casomai ti vede quella e poi lo racconta in giro”, “non dire questo se no quello pensa quest’altro e poi ti dicono che sei così”. Era un continuo spettegolare, giudicare, sputare sentenze, inventare vite. 

A quegli stessi ho dato la chiave per entrare direttamente in casa mia, per giudicarmi meglio, per facilitar loro l’invenzione di cattiverie sul mio conto. A 17 anni sono scappata via giurando di non tornare mai più, e poi quella stessa dimensione l’ho riportata nel mio smartphone, nella mia più profonda intimità.

ALLUCINANTE!

Come facevo ad essere me stessa quando sapevo che erano tutti li pronti con la forca ad aspettare che cadessi o che avessero la scusa per demolirmi?

Ho disinstallato l’app di Instagram dal telefono. Andare su Instagram era diventato un automatismo.

A volte la chiudevo, guardavo lo schermo e la riaprivo. Nel giro di un secondo. Addiction!

Quindi ho detto basta! 

Basta a questa violenza al mio QI, basta a questa dipendenza tossica, basta a quella che, in fin dei conti, per me era solo perdita di tempo e di autostima. Basta ai sentimenti brutti che ho provato, che mi hanno fatta stare così male, basta ai numeri.

Una cosa che non mi è mai piaciuta della scuola era l’utilizzo di un sistema numerico per giudicare gli studenti; ho sempre pensato che fosse una cosa molto soggettiva e che un unico prof non potesse decidere che io valessi un 6 o un 8! E cosa ho fatto? Ho permesso ad un social, ad un corpo societario astratto, di giudicarmi, con 5 like o 12 like. BASTA!

Come puoi immaginare neanche il mio sito ha visibilità, né risulta essere molto cliccato.

Per cui ho deciso di scrivere qui le mie impressioni, i miei sentimenti in questo viaggio di disintossicazione. Prima di tutto perché renderlo pubblico aumenta il mio impegno a star lontana dai social, e secondo perché so che qui non approda nessuno e anche se lo facesse, non avrebbe la pazienza di leggere fino alla fine.

Quindi è una motivazione in più per me e non corro il rischio di essere fraintesa da qualcuno o che qualcuno esprima qualche tipo di giudizio.

 

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